mercoledì 12 aprile 2017

È SOLO QUESTIONE DI MAGIA: leggi gratis le prime pagine

Di tutte le cose orribili che sarebbero potute capitarmi, questa è la peggiore. Io, Nicoletta De Matteis, la persona più romantica della terra, sto ascoltando l'uomo della mia vita che cerca un modo per scaricarmi poco prima di San Valentino. Be’, forse non è proprio l'uomo perfetto, dato che mi sta abbandonando per un'altra. E pensare che me l'ha detto anche Miss Dobois, sua Altezza Serenissima delle cartomanti! Da quando abito a Milano, circa sei anni, ci vado ogni mese. Mi offre un tè e mi legge le carte. La settimana scorsa, dopo aver scoperto i tarocchi, ha arricciato il naso, presa dal disgusto, ha spalancato gli occhi e poi ha agitato le sue unghie laccate di rosso davanti a me.
«Ti lascerà» ha tuonato «ha già un'altra da tempo».





Vi confesso che al momento non ho dato peso alla cosa. Insomma, chi crede mai a queste fattucchiere? Io ci vado solo per sentirmi dire quello che voglio sentire, mica ci ho mai creduto! E invece, Miss Dobois aveva ragione. Le sue parole si stanno avverando.
Sono da circa mezz'ora nell'ufficio di Alberto, il mio fidanzato nonché capo. Lui è il direttore di Star, la rivista per cui da quattro anni mi faccio il mazzo; sono solo sei mesi che sono riuscita a conquistare una scrivania tutta mia.
Ufficialmente siamo qui in "riunione", ma quello che si sta consumando è un dramma. Il mio.
Sono seduta davanti a lui e stringo nei pugni la mia gonna vintage di taffettà per reprimere l'impulso di piangere. Non cederò alla disperazione, non adesso. Non davanti a lui e all'intera redazione, che tra cinque minuti saprà che sono la cornuta di turno.
Lui, il bastardo, con estrema calma mi sta comunicando la notizia. Lo guardo senza riuscire a capire una parola: è come se avessi tolto l'audio e osservassi un pesce che apre e chiude la bocca. Immagino le sue parole.
"Non sei tu, sono io", "Tu non meriti uno come me", "Tu sei troppo per me"...
Cazzate, cazzate, cazzate. Gli uomini sono bravi a propinarci frasi fatte, piene d'effetti speciali che nemmeno George Lucas sarebbe in grado di pensare per il prossimo film di Star Wars. Ora farebbe comodo una spada laser, saprei io dove conficcargliela. Ma sono pur sempre una signora e faccio della dignità la mia bandiera, per cui taccio. Lo fisso e taccio.
Alberto ha finito il suo sproloquio, di cui non ho capito nulla e adesso mi guarda con aria interrogativa. Sbatte le palpebre dei suoi occhi piccoli e tondi e con un dito si assesta gli occhiali sul naso. Mi scruta come se attendesse una qualche risposta da me.
Faccio per dirgli qualcosa, ma ogni frase muore sulle labbra. Mi ha colta così alla sprovvista che non so cosa dire. Ora ci vorrebbe Chicca con la sua lingua pungente: vorrei avere la risposta pronta come fa lei, ma ne sono totalmente incapace.
«Nicoletta, hai sentito quello che ti ho detto?».
È tornato l'audio. Annuisco, presa come sono dal mio mutismo.
«Quindi sei d'accordo con me. È meglio per tutte e due».
«Certo» asserisco. È la mia dignità che parla.
«Allora puoi liberare la tua scrivania oggi stesso».
Alt. Stop. Cosa significa? Cosa c'entra la mia scrivania con il fatto che lui si sbatte la nuova caporedattrice beauty?
«P-puoi ripetere?».
«Anche tu sei d'accordo che è meglio che lasci la redazione, no? Io sono il direttore e non è il caso di portare la nostra vita privata qui, tra i nostri colleghi».
Ma non era il solito discorso del non meritarmi? Cornuta e licenziata.
Credo che sia ora di dire alla mia dignità di farsi da parte e reagire. Sento le guance in fiamme e il mio corpo risponde a impulsi non comandati dal mio cervello. Scatto in piedi come una molla, faccio il giro della scrivania e afferro il collo di Alberto. Le mie mani lo stringono così tanto che lo vedo diventare paonazzo.
«Brutto bastardo! Non solo mi tradisci con l'ultima arrivata, ma mi licenzi anche. Ho dato l'anima per questo giornale. Sono una delle tue giornaliste di punta, dannazione!».
La mia voce si è alzata di qualche decibel e continuo a stringere. Alberto, nonostante cerchi di divincolarsi, non riesce a farmi mollare la presa.
«Nicoletta, così mi ammazzi» dice con un filo di voce.
Spingo la sua costosissima poltrona di pelle contro il muro con una forza che non sapevo di avere, e poi mollo la presa. Fate arrabbiare una donna e lei si trasformerà nella versione sexy dell'Incredibile Hulk.
Lo osservo che stramazza quasi al suolo, tossisce e ha le lacrime agli occhi.
«Sai cosa?» considero alla fine «Sono io che me ne vado. Tu non mi meriti, né come compagna, né come giornalista. Sei sicuro che quella donna di malaffare ti sappia correggere gli articoli come ho fatto finora io?» sibilo. Lo guardo per l'ultima volta, poi mi allontano con passi lenti e decisi. Arrivo alla porta dell'ufficio e gli rivolgo un ultimo sguardo sprezzante. «Ti conviene non tornare a casa, nelle prossime ore, perché sarò impegnata a prendere le mie cose. Chiedi alla tua nuova fidanzata di ospitarti» gli dico, prima della mia uscita trionfale. Lascio la porta aperta, perché tutti devono sapere cosa mi ha fatto, e con aria fiera mi avvio verso la mia scrivania.
In realtà vorrei che un meteorite cadesse proprio in questo istante davanti a me, togliendomi dall'imbarazzo, ma non posso cedere. Non ora. Devo andare fino in fondo. In redazione è calato il silenzio e si sentono solo i miei tacchi calpestare l'anonimo linoleum della sede. Passo accanto ai colleghi, ognuno impegnato a fingere di non aver capito cosa sia successo. C'è chi ha la testa praticamente nel monitor del computer, chi finge di leggere le notifiche dello smartphone e chi attacca finte telefonate. Tutti hanno un occhio puntato su di me, devono aver sentito tutto.
Io raddrizzo le spalle e cammino fiera verso la mia scrivania. Passo anche davanti la meretrice, che non ha il coraggio di guardarmi in faccia. Bocca e seno di plastica, scrittura mediocre e intelligenza nella media. Dovrei avercela con lei, ma in cuor mio so che sarà solo la prossima vittima di Alberto. Odio ammetterlo, ma avrei dovuto aspettarmelo. Poco prima che ci mettessimo insieme, Alberto era il compagno della nostra ex direttrice; lui l'ha ridotta così male che lei ha dato le dimissioni e lui non ci ha pensato due volte a prendere il suo posto. Metto in borsa le poche cose che popolano la mia scrivania e il MacBook. In teoria quello sarebbe della redazione, ma ho i miei dubbi che Alberto osi chiederlo indietro. Afferro l'agenda, le mie penne colorate e il mio taccuino e sono pronta per lasciarmi alle spalle Star, il magazine per cui ho dato l'anima. Quattro anni di gavetta buttati al vento perché ho avuto la malsana idea di mettermi con il capo. Avrei dovuto ascoltare Chicca, lei me lo ha sempre detto che Alberto non era l'uomo giusto per me, ma io credevo di redimerlo. Noi donne siamo fatte così: crediamo di riuscire a cambiare un uomo e invece cambiamo noi. La nostra generazione è vittima della sindrome Candy Candy. Da bambine siamo cresciute con quel mito e ora ci sentiamo tutte crocerossine.


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